Ildiecimarzo ( perché l’otto non trovavo parole)

Lottomarzo.

I treni non vanno.

Il metrò neppure.
Stanno scioperando per me.

Pare.

Un autista su un tram fermo mi dice auguri.

Vaffanculo penso

Dico grazie.

Sono nervosa.

Devo andare a lavorare.

Sono stanca,

voglio andare a lavorare

Scioperano per i miei diritti.

Stamattina mi sono messa una gonna corta, con le calze nere coprenti. Rigorosamente. Per non essere volgare, per non provocare.

Lo faccio da quando ho quindici anni.

Ho indossato un maglione largo, per non segnare il seno.

lo nascondo da quando ho dodici anni.

Ora di anni ne ho cinquanta…

Mi urlano dal finestrino di una macchina ” Bella, cosa ti hanno regalato oggi? Te lo faccio io il regalo!”

Li guardo con lo sguardo della mucca che vede passare il treno.

Lo impari fin da piccola

Uno sguardo antico.

Odio questa abitudine al disgusto.

Lottomarzo

Perché la chiamate festa?

Le parole sono importanti.

Troppa poca distanza fra festeggiarti e farti la festa.

Lottomarzo

C’é un nuovo sceriffo in città.

Il mio ministro dell’interno, quello che pubblica sui suoi social le foto delle minorenni che lo contestano, mi fa gli auguri. Dice che grazie a lui potró andare in giro da sola persino in minigonna.

Persino alle dieci di sera.

Grazie Randall non sarà troppo? Tutta questa libertà, tutta insieme.

Sono nata nel 1968.

Mezzo secolo di lotte buttate nel cesso.

Lottomarzo

Sono arrabbiata.

E vado in studio a piedi.

Io gli scioperi li rispetto. Anche quando sono quelli degli altri. Sempre.

Oggi poi si sciopera

contro la violenza sulle donne.

Nonunadimeno

Meno Alessandra però

E senza Fortuna.

Di Desirée non hanno più trovato le scarpe.

Penso spesso alle scarpe di Desiree.

E Pamela.

Jessica aveva un cane.

Nessuno sa più dov’è.

Riesco solo a pensare al cane.

E alle scarpe. I dettagli del lutto. Tutto il dolore l’ho messo lí.

Lottomarzo.

Unadimenoognitregiorni

Sono triste.

Un barista mi regala una mimosa. Perchè è la mia festa, non perché sono triste. Se qualcuno capisse quando sei triste il mondo sarebbe un posto migliore.

Le mimose recise puzzano e appassiscono troppo in fretta.

Lo ringrazio comunque.

Sono una donna, ho posto per tutto.

Teniamo insieme ogni cosa, i grazie e i vaffanculo.

Gli uomini mica lo sanno.

Anche quelli che dicono di amarci.

Gli uomini mica ci ascoltano davvero, ascoltano la loro idea di noi. Hanno questo teatrino dentro. Madri amiche amanti puttane sante stronze. Devono dividere. Per non impazzire.

A volte lo facciamo anche noi. Ed è un po’ come morire.

Lo so che c’é sciopero.

Me lo avete già detto.

Io devo andare a lavorare, soprattutto oggi. Il mio lavoro è ascoltare. Davvero. E tracciare sentieri possibili in mezzo alle rovine.

E piú ascolto esseri umani feriti, piú mi convinco che la femminilità é questo casino qui.

Questo lavoro infinito per unire. Per rimettersi al mondo. Libere.

Per guardarci allo specchio e vedere chi siamo (che siamo) e non un ologramma di proiezioni altrui.

Sempre troppo piene e troppo vuote.

E questa fame d’amore che a volte ci fa smettere di mangiare. O che ci fa chiamare amore anche un gioco al massacro.

Lottomarzo

Io mica lo so se sono femminista.

Siamo diversi.

É il rispetto delle differenze che insegno a mio figlio, é questo rispetto l’uguaglianza per me.

Lottomarzo.

Sto tornando a casa.

Ho bisogno di un gin tonic.

Suona il telefono

Auguri bambina.

Grazie mamma

Piange

Ha quasi novant’anni la mia mamma. É stata una donna coraggiosa, in un’epoca in cui per essere una donna ci voleva coraggio. Ora piange la tenerezza che non ha potuto permettersi mai.

Ti voglio bene bambina.

Tuo padre sarebbe orgoglioso della donna che sei diventata.

Otto marzo, piango anch’io.

Poi rido.

E mi sento orgogliosa. E mi sento una donna. Che poi è la stessa cosa.

PS A casa ho provato a spiegare a cani e a gatti che non avrebbero cenato perché ero in sciopero delle attività di cura…non li ho convinti

This is not a cat song

Ho una finestrella vicino alla stufa.

Quando piove i miei gatti guardano gli altri, i gatti, gonfi di freddo, che stanno ranicchiati nella paglia del fienile di fronte.

I gatti del fienile hanno il naso che cola, i musi segnati dalle ferite del vivere.

Tengono gli occhi un po’aperti quando riposano, che se hai paura anche dormire è un lusso.

I gatti del fienile muoiono,

li uccide l’inverno,

le porte chiuse,

l’ignoranza.

Muoiono di malattie senza nome, di cani arroganti, macchine veloci.

I gatti del fienile, in estate, fanno figli bellissimi che non conosceranno la primavera.

Le persone in paese li guardano con fastidio.

Come si fa con tutti questi gatti?

Sporcano e puzzano e non servono a nulla.

Bisognerebbe farli sparire, sgomberare il fienile

Loro poverini fanno il loro lavoro, un lavoro che nessun altro vuole fare.

Cose che i gatti che guardano hanno dimenticato da tempo.

Ma questo non importa a nessuno.

La gente ti guarda con diffidenza se li aiuti.

Dicono che sei strana, oppure snob, che è una posa, o una di quelle parole vuote che finiscono in ista.

E perchè aiutare i gatti e non i vecchi, i bambini, i cani o i facoceri del Madagascar?

Qualcuno dice “Portateliacasatua.”

E tu lo fai.

E quando non hai più posto inizi ad Aiutarliacasaloro.

Solo che ti rendi conto che “Casa loro” è comunque un posto orribile, che muiono anche se gli porti da mangiare e metti qualche coperta patetica, a far scudo all’inverno.

Oddio, prima che ci arrivassero quelli come te a mettere i veleni per i topi, a sparare agli uccelli, a chiudere le stalle, ad addestrare segugi, casa loro era anche un bel posto.

Ora non è rimasto più niente se non la tua carità.

A volte sei stanca di raccogliere corpi e pensi che potresti mandarli in qualche gattile, dietro alle sbarre, un porto (opss posto) sicuro insomma, dove possano star male lontano dai tuoi occhi.

I gatti del fienile mica sono buoni o cattivi, qualcuno è terrorizzato e diventa intrattabile, qualcuno fa il bullo perchè la sopravvivenza è anche questa cosa qui, qualcuno rubacchia, qualcuno graffia la mano che gli dà il cibo. Qualcuno è proprio stronzo.

Senza se e senza ma.

Li aiuti lo stesso, tutti,

incondizionatamente.

Ed è una cosa che ha più a che fare con il tuo essere umano che con il loro essere gatti.

Ho una finestrella vicino alla stufa.

Quando piove, io guardo i miei gatti guardare gli altri gatti sul fienile di fronte. E mi rendo conto che l’unica differenza fra gli uni e gli altri è la parte del vetro in cui sono nati.

Ps Ho solo parlato di mici?

Forse no.

Ma un post di gattini non si nega a nessuno.

La prossima volta parlerò di lasagne al ragù.

Capo Horn

Mamma, io mica lo so per chi votare.

Lo dici con gli occhi seri, mentre do da mangiare ai gatti.

Realizzo che mancano tre mesi al tuo compleanno.

Mi tremano un po’ le mani, faccio cadere i crocchini.

Il momento in cui mi sarei sentita definitivamente vecchia me l’ero immaginato qualcosa di più solenne.

Vuoi mettere invecchiare all’improvviso leggendo Hillman?

Invece la folgorazione arriva così,mentre i gatti miagolano contrariati

E mi viene da pensare

Cazzo!

Io mica lo so se sono pronta tesoro mio.

Pronta a rinunciare al mio bisogno del tuo bisogno di me.

Ecco, sto diventando come la nonna, parlo di come mi sento io anche quando dovrei chiederti come stai.

Mi detesto.

Perché Fede, al netto di madri rompicoglioni, diciott’ anni è una di quelle tappe che uno dovrebbe segnarsi sulla pelle come i marinai che sopravvivono a Capo Horn.

E a diciott’anni dovresti essere innamorato di un’idea e seguire qualcuno che ti fa credere di poter cambiare il mondo.

E allora mi viene da chiedere scusa, a te e a quelli come te.

Che siete belli come noi non siamo stati mai e avete queste intelligenze verticali e create realtà parallele. Aprite varchi mentre noi sappiamo solo costruire muri o raccontare la fatica del disincanto.

Scusate ci siamo mangiati i vostri sogni, perchè i nostri non si sono realizzati.

Siamo insegnanti demotivati.

Medici incazzati.

Giornalisti disillusi.

Psicologi tormentati.

Siamo politici senz’anima

Intellettuali aridi.

Operai senza più fabbriche.

Siamo quelli che non c’è un futuro.

Quelli che hanno dimenticato la passione.

Che qualsiasi cosa vorrete fare vi diranno “non c’è sbocco”, non fare quello che ho fatto io.

Siamo quelli che non voteranno,

che non ci credono più.

Quelli che non vi hanno lasciato nemmeno la possibilità di votare contro, perchè non c’è più nessuno a portare avanti la lotta.

Siamo un popolo di naviganti con i porti chiusi.

Quelli che mentre si ascoltavano parlare, compiaciuti,

hanno consegnato le chiavi del regno a Randall Flagg e ora lo guardano, immobili.

E tutto brucia.

Noi siamo stanchi, avevamo grandi progetti, abbiamo perso.

Ora è il vostro turno.

Non credeteci quando vi diciamo che non valete, che eravamo meglio noi.

Salvateci.

Biglie

Mia madre é bella.

Ed è molto stanca.

Qualche giorno fa mi ha detto che vorrebbe andare via. Per sempre.

Io mica le credo, perché é sempre stata così, che tutta in un posto solo non l’ho avuta mai.

Sempre un pezzettino in un altro tempo, in cui era stata felice.

Non c’era mai davvero, nemmeno quando c’era.

Così passavo le ore ad aspettarla, seduta sui gradini della grande casa al lago.

Sto qui ancora dieci macchine, mi dicevo,

altre dieci ancora,

e dieci dopo queste dieci…

Immobile fino a sera,

se avessi staccato gli occhi dalla strada non sarebbe tornata più.

L’amore mia madre te lo diceva con il cibo, Natali di ravioli, inverni di polenta, scuse che sapevano di polpette.

Io a sedici anni ho smesso di mangiare. Confini di ossa.Per farle male.

Per insegnarmi che un’altra lingua era possibile.

Ora che lei non cucina più e dimentica il pranzo e la cena, le racconto io l’amore con il minestrone, perché essere figlia é un gran casino.

É stanca la mia mamma e quando mi vede mi dice ” come sei stanca bambina”, in questo gioco di specchi che non finisce mai.

E giochiamo da cosi tanto tempo che crede che io ci sia sempre stata, ci conosciamo da così tanto che sono diventata sua madre.

Mia madre piange, piange tantissimo, gli argini non tengono. E mi chiedo come faccia ad avere ancora lacrime, che una vita come la sua gli occhi te li prosciuga.

Mia madre ride, di se stessa soprattutto. Ride via la paura di svanire con i nomi ed i giorni di una settimana sempre uguale.

A volte penso che se smettessi di tenerla insieme si disperderebbe, come le biglie di vetro su un tavolo di cristallo

Mia madre gli anni non li conta più, ma domenica ne ha compiuti ottantotto, si è messa una collana di perle e la faccia da signora, lo ha fatto per me, che ancora combatto.

Kryptonite

Ciao Federico, oggi quella rompipalle di tua madre, in premenopausa e con l’indignazione facile, ti parla di Cristiano Ronaldo.
Ovviamente non è un discorso sul calcio, CR7 qui é una metafora, potrebbe chiamarsi anche Mauro Icardi ( d’accordo, hai ragione, Maurito no…).
Ti voglio dire come sono fatte le donne.
Siamo strane sai.
Ad esempio, non sempre, quando andiamo in camera con qualcuno, pensiamo di ripassare tutto il Kamasutra.
É un sillogismo che non funziona con noi,
e crea muri
e distrugge relazioni
e, a volte, lascia morti e feriti.
Oppure la cosa del kamasutra la pensiamo anche, ma poi cambiamo idea.
Perché spesso un dettaglio uccide una poesia, come diceva Enrico Ruggeri, che tu non sai chi é, e io mi sento vecchia.
Insomma, succede qualcosa che ci fa dire no.
È il rispetto che hai per quel NO che ti rende un uomo.
Perché vedi, una donna può desiderarti e poi non volerti più. É il fatto di accettarlo che ti qualifica come persona.
E le sfumature di grigio e di rosso non sono quelle del libro, ma le mille che definiscono gli stati d’animo e i rapporti.
Una donna ti può amare, ma non aver voglia di fare sesso con te, per un motivo qualsiasi.
E fare l’amore non dev’essere un obbligo,
mai,
nemmeno un obbligo morale.
Una donna non é quella cosa che cantano i trapper, che poi, chissà perchè, é sempre la donna di un altro.
Non é una cagna ( questo non posso sentirlo e tu lo sai, le parole sono lame affilate), non é una bitch, non é nemmeno una suora, è una donna. Lune, maree, nascita e morte, madri e amanti, luce e ombra, tutto nella stessa persona. É la complessità e fa fottutamente paura.
Ma torniamo a CR7.
Io non so se lo ha fatto davvero.
Se così fosse,
una violenza è una violenza.
Senza se e senza ma.
Non è meno grave se sei bello e famoso.
Non é più odiosa se la tua pelle è nera e puzzi di miseria.
La violenza non é un fatto estetico.
Non dipende dal reddito.
Non ha a che fare con il livello culturale.
E una vittima è una vittima, indipendentemente da chi é e cosa fa.
Non ha senso dire che le persone come lui non hanno bisogno di fare questo.
Fede, il bisogno é una cosa profonda. Esistono anche bisogni distorti, prendere una persona con la forza fa sentire alcuni maschi potenti. Il mondo é pieno di uomini piccoli. A volte non basta un pallone d’oro, una Ferrari, e nemmeno un Nobel per riempire certi vuoti, per suturare ferite antiche.
Essere un uomo é una grande fatica.
Qualcosa che passa dall’accettare la propria fragilità per arrivare ad essere forti, talmente forti da tollerare anche un rifiuto.
Superman non esiste Federico, vince chi non ha paura della Kryptonite.

Mio padre era comunista

Mio padre era un comunista, uno di quelli che ci credeva davvero. Uno che tutti gli uomini sono uguali. Uno che che a sua figlia di sei anni cantava “Per i morti di Reggio Emilia”. Uno che si é sposato in chiesa perché “Mia moglie, cazzo, ha studiato dalle monache” e l’amore vinceva su tutto. Uno che non importa se non sono un operaio o una donna o un barbone, i loro diritti mi rendono una persona migliore. Uno che sapeva restare umano, sempre, e questa era la sua rivoluzione.

Mio padre era comunista, talmente comunista che é morto il primo di maggio.

Mille anni fa, in un pomeriggio tiepido, con i ciliegi in fiore e le note dell’internazionale a riempire le piazze di Brescia.

Pochi giorni dopo una bomba avrebbe trasformato la cittá in un cumulo di macerie, paura e rabbia.

Mia mamma, con la sua fede semplice e il viso scavato dall’abbandono, aveva detto piano ” Meno male che se ne é andato senza vedere tutto questo”

Se ci fosse stato, forse avrebbe urlato il suo dolore riempiendosi i polmoni dell’ennesima Marlboro, magari avrebbe pianto in silenzio, curando i feriti con il camice abbottonato male per la fretta e la barba sfatta.

Non avró mai una risposta, le sigarette e il dio di mia madre me lo hanno portato via prima.

Al suo funerale ( religioso, perché lei, cazzo, aveva studiato dalle monache) c’era una grande folla. C’erano i vecchi della Valcamonica con il fegato di marmo per la grappa,quelli con cui lui giocava a scopa sui letti alla fine del turno. C’erano le suore del suo reparto, che al “Dutur” avevano perdonato piú di una Madonna di troppo. I suoi malati, i suoi amici, i compagni e anche chi non la pensava come lui.

C’era il dolore reale di gente vera.

E non é come oggi,quando ricevi gli auguri su facebook e scrivi ” grazie, siete tantissimi”, ma in realtá sai che non c’é nessuno.

Di lui mi rimangono poche cose, gli occhi verdi di mio figlio, la tenerezza del prendersi cura di ogni essere vivente e questa anima rossa.

Il mio essere di sinistra é questa cosa qui, quella sensazione di caldo e di buono, come quando mi addormentavo sulle sue ginocchia in qualche festa d’estate che sapeva di spiedo e di sogni.

Non é politica, non importano i nomi su cui faccio le croci da quando ho diciott’anni.

Sono radici, é la mia storia, il mio sangue.

La notte dopo le elezioni mi é venuta la nausea,

Non é passata piú. Dicono che é influenza.

Al mattino ho telefonato a mia madre, le ho detto:

” Meno male che se ne é andato e non ha dovuto vedere tutto questo”

Poi siamo state in silenzio, insieme.

Quello delle seiediciassette

Per prendere quello delle seiediciassette ti devi svegliare quando gli altri si tirano il piumone fino al naso e si girano dall’altra parte, perché tanto é presto.

Ti vesti a memoria, al buio per non disturbare, in fretta, il riscaldamento é ancora spento e il clima della bassa non perdona.

Magari leghi la bicicletta fuori da una di quelle stazioni in mezzo al niente, tutte bianche perché la nebbia é gelata e tu ti senti il protagonista di un film neorealista russo, ma sei più stanco e più incazzato.

Oppure lasci una macchina, piccola ma accessoriata, di quelle economiche che peró stai ancora pagando le rate.

Se sei fortunato hai qualcuno che ti porta fino all’entrata. Forse una madre più stanca e incazzata di te, che poi si intenerisce e ti dá un bacio sulla testa, proprio vicino a quel ciuffo esagerato che dice di odiare.

Buona giornata tesoro. Buona giornata un cazzo pensi.

Poi guardi il tabellone, potresti accettare scommesse. Il ritardo di almeno mezz’ora lo danno a due.

Intanto ti si ghiacciano i piedi e il cuore e ti chiedi,come sempre, se ne vale la pena.

Poi il treno arriva, l’odore acre di sedili vecchi e di gente triste ti buca il cervello.

Abiti in un paesino dimenticato da dio e dai suoi angeli ma almeno sali per primo e trovi un posto in cui rannicchiare la vita.

Piú avanti arriva il mondo e satura ogni spazio.

C’è una ragazza con i capelli viola e un piercing sulla lingua e un ragazzo di colore, grande come una montagna, che sa di spezie. Una signora dell’est con una borsa di finta pelle rosa e la crescita bianca sui capelli di stoppa gialla. Una donna dal viso gioviale che te la immagini ridere in una balera in Romagna. C’è un signore con una brutta giacca dal taglio disattento e una ventiquattrore lisa sugli angoli. Studenti con zaini enormi. Uno vicino a te sottolinea un libro di ingegneria, forse analisi uno.

Chiudi gli occhi, puoi dormire ancora un po’ prima che la campagna lasci il posto ad una periferia grigiastra.

Il percorso lo sai a memoria, fra un pò vedrai la cupola presuntuosa del San Raffaele e le zone residenziali della Milano che una volta è stata da bere.

E i grattacieli della nuova skyline. Tutte le volte ti lasciano a bocca aperta, ti dici che prima di quelli avrebbero dovuto sistemare i treni e i binari e ti dai del qualunquista, perché in fondo tu in questo sogno qui un po’ ci credi.

E poi senti un gran freddo, più di quando stamattina hai pedalato in fretta nelle vie che riposavano ancora, più di quando il tuo tipo ti ha lasciato, più di quando ti hanno licenziato dopo vent’anni di lavoro, più di quando ti hanno bocciato ad analisi uno, più di quando la signora a cui fai da badante ti ha dato della ladra, più di quando tuo padre voleva buttarti fuori di casa per il piercing, più di quando il barcone con cui sei arrivato ha trovato una tempesta.

Un gran freddo, più di sempre .

E ora puoi finalmente dormire, che il treno non lo perdi più..

La zattera

Sono lenta.

Potrei dire riflessiva, per darmi un tono, invece sono proprio lenta.

Ed è una benedizione.

Mi innamoro con tranquillità inesorabile di persone, luoghi, idee. Altrettanto lentamente odio, con calma, sino a dimenticare.

Per capire cosa volere dal duemiladiciotto mi é servito un mese in più di tutti gli altri.

Prima di chiedere dovevo conoscerlo questo nuovo anno, ormai familiare, nel ripetersi di albe gelide e gesti consueti.

Da bambina avevo dei pupazzetti colorati vivevano in scatole di fiammiferi. Arrivava una tempesta e io dovevo metterli al riparo su una barca piccolissima.

Li mettevo vicini vicini, per non farli sentire soli.

Nella mia vita reale in troppi erano andati via.

Quella zattera era il mio modo di salvarli, di salvarmi.

Quando riuscivo a fare salire tutte le bambole mi sentivo finalmente serena. Che per me é la cosa più vicina alla felicità .

Ora mi sento così quando scende la sera e tutta la mia tribù é in casa. Pareti di sassi irregolari e travi di legno povero sono il mio cerchio magico.

Arriva la notte ed è brutto lá fuori.

Lo scorso anno é stato gentile, ogni sera ho potuto chiudere la porta senza lasciare una luce accesa.

Non sono stata ferita mai.

Ho ritrovato la strada di casa e la capacità di ascoltare le vite degli altri.

Ho comperato una grande vecchia jeep Bordeux, che mi assomiglia. Un tempo era una macchina bella e complicata, ora ha il fascino tranquillo delle cose che trovano finalmente il loro posto nel mondo. Ma quando si accende tremano le colline.

E poi é arrivato un bassotto, perché non tutto deve avere un senso.

Mi sono presa il mio tempo per chiedere qualcosa all’anno in cui di anni ne avrò cinquanta.

Vorrei che la mia mente fosse uno spazio accogliente per i pensieri che mi vengono affidati.

Che la mia zattera fosse grande abbastanza per tutti quelli che amo.

Che l’inverno sia lieve.

La sciarpa bianca e rossa

La notte in cui il palazzetto dello sport é crollato avevo sedici anni.

Quattro giorni prima  era iniziato a nevicare, i milanesi avevano guardato i primi fiocchi con la solita espressione infastidita di chi ha già visto tutto e non ha tempo da perdere.

Ma la città é diventata bianca  tanto da non capire dove finissero le strade ed iniziasse il cielo.

Prima si sono fermate le macchine. Le persone però continuavano a camminare a testa bassa, i cappelli di lana calati sulla fronte  a nascondere pensieri.

E i tram, quelli andavano ancora.

Io abitavo in un condominio che si fingeva lussuoso,in una zona che mia madre, un po’ snob, si ostinava a chiamare San Siro. Era invece una terra di mezzo fra il gallaratese e la rivalsa.

Il mio tram era il quattordici,  arrancava in viale Certosa come una tradotta nella steppa.

E infine anche le rotaie sono scomparse.

La gente allora ha rallentato il passo e si ê arresa alla favola.

I miei amici  hanno costruito  un pupazzo un po’ sbilenco nel mezzo di un grande viale.

Avevo un moncler giallo, un improbabile fiocco di legno nei capelli ed ero un grumo di dolore e goffaggine.

Stavo in disparte.

Troppo pesante per non affondare.

Ma quella neve e quel ritmo sospeso  hanno dato un po’ di leggerezza anche a me.

Poi il Palazzetto é crollato, con il rumore sordo delle promesse disattese. Milano si é svegliata sentendosi colpevole per avere abbassato la guardia, per essersi fermata.

E il tempo é tornato ad accelerare.

La neve aveva lasciato il posto a un vento gelido, io andavo a scuola con il volto coperto da una sciarpona di lana bianca a strisce rosse.

Erano i colori della mia squadra di pallacanestro, che io chiamavo ancora Billy perché a Simac proprio non volevo abituarmi.

Quella squadra senza una casa, fatta da uomini “bassi”  e da un allenatore buffo, da quell’anno avrebbe dominato.

Ma questa é un’altra storia e  non c’entra con la neve, i sogni e le rivincite.

O forse sí…

 

La gattara

Laura era la gattara del paese.
Mani nodose, sarcasmo feroce, sigarette e caffè
Un frigorifero scarno di piccoli pacchetti incartati con cura, etichette scritte con una calligrafia minuta a ricordare l’ordine di una vita precedente.
E un solitario a scandire ore troppo lunghe.
Laura non è morta, semplicemente ha dovuto andare. Ora vive con il figlio, in un appartamento anonimo di tre stanze e cucina, in uno di quei paesi tutti uguali che si fingono Milano. Non è morta, ma è stato come morire.
Una colonia felina è simile alla nave dei pirati dei Caraibi, si sceglie sempre un nuovo capitano, poco importa che tu non lo voglia fare.
E così ora la gattara sono io.
Ogni mattina i gatti di strada sono il mio inizio, mezz’ora di silenzio prima di un giorno di parole importanti.
Li guardo mangiare, accudirli è un privilegio.
Stare in questo tempo circolare mi aiuta a pensare al mio lavoro, quello vero , quello di cui non dico mai.
Gli animali in libertà ti insegnano la vulnerabilità dei legami, l’importanza di una fiducia che si costruisce nella costanza di gesti ripetuti.
Nella catena di momenti sempre uguali, sempre differenti si formano rapporti fragili come il cristallo.
Tutto è importante, basta un tono di voce diverso, uno scricchiolio e ti devi riguadagnare tutto da capo.
Sai che molti di cui ti prendi cura non si faranno nemmeno sfiorare da te.
Con il tempo fai la pace con il fatto che alcuni sono randagi fin nel midollo e tu sei una comparsa.
Capisci così la gratuità del dare.
Inizi a tollerare la frustrazione.
Non mi amano.
Però mi aspettano, ogni mattina, alla stessa ora.
E allora inizi ad esserci, sempre, al di là del desiderio, del giudizio e della memoria.
Tolleri la diffidenza.
Costruisci angoli vivibili in inverni impensabili.
Impari le leggi della sopravvivenza.
Ti rassegni, non puoi cambiare il tempo.
Ma puoi fare in modo che a tempesta finita siano ancora tutti lá, infreddoliti , malconci, incazzati, ma vivi.
Se sei fortunata accetti di non essere onnipotente e che non puoi salvarli tutti.
Magari su questo ci devo ancora lavorare…
Ogni perdita un segno sulla pelle.
Ci sono piccoli da allattare e malattie schifose con nomi impronunciabili.
E ci sono giorni buoni di sole e muretti tiepidi.
Altri in cui puoi solo sperare che il gelo non sia troppo cattivo.
E poi ci sono giorni di merda come questi in cui il senso non lo trovi più .
Ma domani è un’altra alba gelida e la ciurma ti aspetta e pensi che ti dovrai comperare una vestaglia marrone, delle ciabatte di pelo e iniziare a fumare.