La Madonna dei Gatti

La Madonna dei gatti assomigliava a migliaia di altre Madonne.
Aveva gli occhi celesti e i tratti di una femminilità fragile e rassicurante che lo capivi subito che l’aveva scolpita un uomo.
In quel giardino c’era arrivata per caso.
Forse da Loreto.
Qualcuno di ritorno da un pellegrinaggio l’aveva regalata a Laura,
di professione gattara amareggiata,
rossa come il sole dell’avvenire,
con un rapporto decisamente complicato con la divinità e suoi ministri.
Per un po’ aveva abitato in cantina, fra i sacchi di crocchette e gli scatoloni dei ricordi da dimenticare.
Poi lei le aveva trovato posto fra la rosa e il melograno.
Per quel senso del sacro che solo gli atei sanno avere.
Oppure semplicemente perché, in una sera di quelle davvero nere,come la Vanoni, si sarà detta ” proviamo anche con Dio non si sa mai”
Non si può dire che fossero diventate amiche, ma non le faceva mai mancare un fiore, che le Madonne a queste cose ci tengono.
Quando il suo uomo si era schiantato in macchina,quasi vergognandosi, l’aveva persino chiamata per nome.
Maria ti prego non farlo morire.
Ma il Luciano a casa non ci era più tornato.
Le era montata una rabbia, più forte anche della disperazione.
Aveva lasciato che i fiori appassissero, l’acqua diventasse putrida e non le aveva mai più chiesto un favore, neppure quando era venuto il cancro a bussarle alla porta
Così la Madonna rimasta sola aveva iniziato a vegliare sui gatti.
In fondo era una madre e questo sapeva fare.
Ma non era mica un lavoro facile.
Perché gli animali di peccati non ne hanno . All’inizio non riusciva ad accettare di non poterli salvare tutti. E anche questa cosa che le avevano raccontato per tenerla tranquilla, che Dio chiama a sé i migliori per farne suoi angeli, non se la beveva più, perché di angeli con la coda e le vibrisse non ne aveva visti mai.
Urlava al suo titolare
” Abbellooo guarda che gli egiziani mica avevano tutti i torti “.
( poteva permettersi questa confidenza per via di una relazione che avevano avuto un paio di mille anni prima)
Litigava spesso con suo figlio e con quello più in alto, perché se il mondo lo avesse creato lei mica ci avrebbe messo dentro tutto questo dolore.
Come quell’inverno che una malattia schifosa se ne era portati via dodici.
Prima tutti i cuccioli e poi anche Gennaro, un micione mite e gentile che aveva visto crescere e diventare il capo indiscusso del gruppo. Lei lo amava tanto perché aveva la sua stessa pazienza, la stessa consapevolezza che la bontà fosse un superpotere.
Aveva pianto come certe sue colleghe più famose, ma senza farsi vedere da nessuno.
O come quando Zorra la coraggiosa e la piccola Menta non erano più tornate.
E lei si sarebbe strappata dalla faccia quel sorriso ebete che le avevano dipinto per poter urlare forte l’angoscia.
Di notte non dormiva finché non li aveva contati, al sicuro, dietro al cancello della colonia.
Poi, piano piano aveva capito.
Glielo avevano insegnato loro.
Aveva imparato che il loro tempo non era quello degli uomini, ogni giorno era concluso in se stesso. Non avevano nemmeno bisogno di inventarsi un paradiso perché erano liberi dalla paura della morte.
Estati senza il presentimento dell’inverno.
Allora aveva smesso di incazzarsi e si limitava a chiedere al suo boss che non facesse troppo freddo a dicembre.
O che, se proprio doveva portarglieli via, lo facesse succedere così, mentre sonnecchiavano dopo un giorno di caccia.
Niente rantoli, respiri affannati, occhi incollati dal pus.
Pregava anche che le due sciroccate che avevano preso il posto di Laura imparassero in fretta la lezione, prima di vederle con il cuore in frantumi.
Poi chiudeva gli occhi
E faceva collezione di attimi.
Piccoli istanti di felicità perfetta.
Ormai era un gatto anche lei e non si era mai sentita così vicina al divino.

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