La Giuseppina

E così oggi sono andata a fare il vaccino.
Sono entrata, quasi vergognandomi, in una grande stanza piena di gente ordinata, mi sono seduta su una sedia un po’ rotta, in un angolo nascosto.
A un metro da me
un signore distinto, con un completo grigio, mani ossute e senza pace, scrive qualcosa nel nulla, parole d’aria, forse il ricordo di chi era stato. La figlia gli accarezza le spalle con un gesto d’amore stanco.
Mi guardo in giro, a parte lui che nella mia testa ormai é già diventato ” il professore” vedo solo volti segnati da una vita ad aspettare i raccolti, a legare le viti e a pregare che il dio della grandine sia misericordioso.
Poi qualcuno mi si avvicina.
Oddio, ora mi domanderanno cosa ci faccio qui e mi linceranno.
Invece un omone impacciato e gentile mi chiede di aiutare lui e la moglie a compilare i fogli con i dati anamnestici.
Lo faccio.
Per loro.
E per Giuseppina, che ha ottant’anni e l’accento del sole, perché il sud ti resta dentro anche se stai da sempre in questa pianura di nebbia e zanzare.
Lei me lo chiede perché sono lì.
Devi essere un’insegnante, sei giovane. Questo é il tempo del Covid. Che alla mia età ancora sei una ragazzina.
Sono una psicologa Giuseppina.
Una psicologa? La vuoi sentire la mia storia?
E io la sto ad ascoltare. Perché questo so fare. E mi viene un po’ da piangere.
E le cedo il mio posto così può tornare prima dal figliolone disabile che l’aspetta a casa.
Poi arriva il mio turno.
Mi maledico perché mi sono messa i tacchi e mi si nota ancora di più e poi questi cazzo di tatuaggi sul braccio…
Balbetto una serie di scuse, fra cui che il decreto legge di aprile mi obbliga a vaccinarmi.
Una dottoressa bellissima, di una bellezza di rughe e fatica, mi dice che non devo sentirmi in colpa, che é un mio diritto, un mio dovere e che un paese che non si prende cura di chi cura é un paese incivile.
Finalmente mi fanno questo vaccino.
Proprio sopra al tatuaggio.
Ripenso ai miei di virus.
All’ epatite che non mi lascia mai.
A cosa vuol dire per me la parola immune.
Mi viene un sorriso ebete.
Un senso di orgoglio come nei film americani quando sventola la bandiera.
E un amore per il genere umano che guarda, neanche Gandhi.
Fuori trovo Giuseppina ad aspettarmi.
Volevo ringraziarti Dottoré, mi ha fatto bene parlare con te.
Vorrei dirle, Giuseppì grazie a te, mi hai fatto ritrovare il senso di quello che sono.
Invece le dico
Come sei venuta? Ti accompagno a casa?
Sono in bicicletta, non preoccuparti Dottoré.
Rimango ferma, a guardarla pedalare da lontano.
E improvvisamente penso a certe cose cattive che ho letto sui social e mi dico che il mondo, quello vero, é fatto di Giuseppine, talmente impegnate a non affogare nel dolore che il tempo per odiare non ce l’hanno proprio.

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