Milano e le rondini

Oggi dal sagrato della chiesa si vede la città.
Di solito c’è solo una pianura infinita che d’inverno ti sembra di sentirlo nelle ossa il respiro ghiacciato della nebbia e d’estate lo vedi persino il caldo, quello vero, quello che strozza la gola alle rane come cantava Guccini.
Ma nelle giornate di vento come questa, poco davanti alle grandi montagne, appare la Skyline di Milano.
Grattacieli venuti su in un lampo, con la fretta di chi voleva prendersi l’Europa. Li ho guardati crescere da lontano, con orgoglio, perché Milano, se ci hai vissuto, ti fa questa cosa, anche quando non ci sei nata e non ci abiti più, ti fa sentire parte di qualcosa di grande. E ti dá quel modo di fare indifferente, di chi ha già visto tutto, e lo ha fatto meglio, che tanto sta sui coglioni a chi di Milano non è.
Io ci sono arrivata a sei anni, portandomi dietro la malinconia del lago e la cadenza cantilenante di quelli di Brescia, per anni mi sono sentita dire da persone con le vocali aperte e l’articolo davanti al nome “ma tu non sei mica di qui”.
Un giorno in uno di quei paesi nordici in cui il distanziamento sociale è uno stile di vita qualcuno mi ha chiesto se venivo dal sud Italia, io ho riso, lui mi ha risposto che per loro siamo tutti uguali, siamo quelli che parlano la lingua del sole e mi è sembrata una cosa bellissima e ho pensato che a volte le cose per vederle tutte unite bisogna guardarle da lontano.
Accento a parte, vivere a Milano per me è sempre stata una grande fatica, ero sempre un passo indietro, fuori Sync come in un film doppiato male.
E siccome sono una perdente perdo un sacco di cose, motivazioni, rimpianti, chiavi di casa, un giorno ho perso anche il senso di cosa ci facevo lì.
Con mio marito abbiamo scelto questo borgo in cima a una collina, in una terra di mezzo non ancora Emilia e non più Lombardia.
Un paese senza un negozio nè un bar, dove non avevamo radici nè fantasmi, pieno di gatti randagi come noi. Un posto dove costruire ricordi che fossero solo nostri.
A nostro figlio abbiamo regalato un’infanzia di grandi cani quieti e libertà assoluta. E poi un’adolescenza di mattine gelate e treni puzzolenti, perennemente in ritardo, da prendere all’alba per andare a scuola. A diciannove anni è già incazzato come un vecchio pendolare, perché ogni cosa ha la sua ombra, ma ovunque deciderà di vivere la sua vita si porterà quel senso di caldo e di buono che ha respirato da piccolo , come quando fuori fa freddo e qualcuno ti accoglie con un camino acceso. E questa cosa qui non potrà portargliela via nessuno, mai.
Questi due mesi di isolamento sono stati facili per me, ho potuto piantare fiori fucsia, mi ero già lasciata diventare i capelli bianchi e non ho la ricrescita, mi serviva poco per essere felice, ho scoperto di avere bisogno di ancora meno. Dieci anni in un paese di contadini mi hanno insegnato che quando fuori c’è troppa neve, semplicemente ci si siede ad aspettare che il tempo migliori e magari ci si beve su un po’ di rosso. La gente di qui è gente di terra, vive la pandemia con la rassegnazione di chi guarda la grandine portarsi via il raccolto e già pensa che appena sorge il sole deve uscire a legare le viti. I morti hanno tutti un nome, una storia e campane tristi che suonano al mattino. Si piange ancora quando un vecchio va via, che qui a novant’anni vai sul trattore e non sei d’ impiccio per nessuno.
Da un’ora fisso Milano e mi sembra di sentire l’energia trattenuta che sta per esplodere, domani si ricomincia a correre, con il respiro corto dietro alle mascherine. E mi sento fortunata, perché io non corro più, sto qui ad aspettare che tornino le rondini.

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