Il giorno della marmotta

Qui nelle retrovie ogni giorno è una ripetizione di gesti identici a se stessi.
Altro giorno, stessa merda dice mio figlio con lo splendido ottimismo di un adolescente ad Alkatraz. Si sta trasformando in un ibrido fra il giovane Werther e Morgan Freeman nelle Ali della Libertà, e io lo amo follemente.
È tornato il freddo a dire alla camelia che era troppo presto per fiorire.
Stanotte ho messo le lucine sulle finestre, come quando aspetti Natale.
Soffiava un vento gelido e sbagliato qui in collina, sono uscita ugualmente.
Non so perché all’improvviso illuminare questi muri di pietra stanca mi sembrava la cosa più importante del mondo.
Ognuno resiste come può.
Qualcuno ha imparato a fare il pane. Qualcuno scrive poesie.
Qualcuno urla, qualcuno ascolta silenzio. Qualcuno davvero non ci riesce, se dentro stavi già male l’isolamento ti devasta. Molti, moltissimi, travestono di rabbia la paura.
Io accendo luci.
Se ci penso è anche il senso del mio lavoro.
Continuo a farlo, il mio lavoro.
Non abbastanza, non quanto vorrei.
Vedo i pazienti via Skype. (Ogni tanto uno dei miei cani entra nell’inquadratura della webcam, è un gran casino il setting al tempo del Coronavirus, si è più vicini, a dispetto della distanza). Ascolto la loro angoscia, cerco di dire le parole che non trovano per rendere pensabile l’indicibile. Tracciamo insieme sentieri percorribili. Ogni tanto mi perdo.
E scandisco questo tempo immobile.
Al mattino esco alla stessa ora, vado a prendermi cura dei randagi della colonia felina. Mi siedo sui gradini ad osservare la loro quieta diffidenza. Due gatte partoriranno a breve. Mesi fa sarebbe stato solo un problema, ora questa indifferenza della natura ai nostri affanni per me è quasi una benedizione.
Porto la colazione a mia madre. Le sto lontana, non la tocco. La proteggo, come la rosa del Piccolo Principe.
Non mi ha mai detto l’amore con il corpo la mia mamma, ma queste carezze che lei non mi ha mai dato e che oggi non posso darle io sono macigni. A ottobre compirà novant’anni. Una “perdita accettabile” per molti, una di quelle per cui non vale la pena fermare un paese.
Mentre beveva il caffè mi ha recitato Montale.
“com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”
Lei che a volte non ricorda se ha mangiato. E allora penso a quante poesie, ricette di gnocchi di patate, traiettorie di bocce, racconti di battaglia, tracce di memoria ci stanno lasciando. Ci sveglieremo da quest’incubo e saremo un paese senza più storia.
Nel tardo pomeriggio ci sono le notizie, quelle che non vorresti sapere, ma devi, l’informazione è una droga.
Il primo giorno di primavera sono morte 719 persone.
Signori un po’ impacciati hanno letto cifre con lo stesso tono di una lista della spesa, la ragazza che parla con la lingua dei segni ha scritto la tristezza nell’aria. Ora non guardo più il bollettino delle 18.
I numeri hanno il potere di appiattire il dolore.
Parlano alla testa, diventano subito alibi e statistiche.
Come fai a sentire con il cuore quanto è grande un numero? Come te le immagini seimilasettantasette persone che non ci sono più?
E allora penso che ci vorrebbe una voce gentile, in quell’ora che segue il tramonto, una voce che trasforma i numeri in nomi.
E noi, zitti, ad ascoltare. Che di tempo ormai ne abbiamo, e di cose sensate da dire davvero poche.
Un rosario laico, sul fare della sera.
Antonio era un bravo medico sapeva suonare il sax tenore.
Giuseppe, il Bepi , costruiva case bellissime.
Maria, la chiamavano Marì, le piacevano tanto le rose. Giuseppina aveva sei nipoti, tutti biondi.
Luigi, ha fatto la campagna di Russia.
Bortolo non si perdeva una partita della Dea.
Silvia ha combattuto il cancro.
Angelo e Lina, si sono amati tanto.
E avanti così, a ricordare frammenti di vite. A ridare sacralità alla morte.
Ma il lutto ha un passo lento, e qui si muore veloci.
A volte mi arrivano segnali dal fronte. Mi scrive Sara, una paziente di tanto tempo fa, infermiera in un ospedale come tanti qui al nord. Racconta giornate di disperazione. É una tosta Sara. Quando questa tragedia é iniziata si é offerta volontaria per il reparto di malattie infettive. “Se ghe de anda andom” si é detta, con quel coraggio rassegnato che solo i bergamaschi hanno. Per la gente delle valli il sacrificio é la normalità. Finisce ogni messaggio dicendo dottoressa mi raccomando stia a casa, ora é lei a preoccuparsi per me e io vorrei piangere le lacrime che lei non puó, invece le mando un goffo cuore viola.
Qui nelle retroguardia la battaglia non c’è. C’è la sua attesa. E l’attesa si popola di fantasmi.
Abbiamo finito di cantare.
Cerchiamo colpevoli.
Ognuno può essere il nemico.
Mamme di bimbi piccoli contro pisciatori di cani. Sedentari contro runner…In questa fatica che si misura a metri quadri, che la quarantena del vicino é sempre più verde.
É così che questo virus ti fotte il cervello anche se attacca i polmoni.
Qui nelle retrovie dobbiamo solo stare fermi, adesso.
Dobbiamo solo resistere, restare umani e tenere accese le luci per quando la guerra finirá perché ci sarà molto da ricostruire.

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