Betulle

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Il venerdì in cui il paziente uno é entrato al pronto soccorso di Codogno, stavo mangiando noodles alla rosticceria cinese all’angolo con il mio studio.
La rosticceria é un negozio piccolissimo, la padrona del locale é piccolissima anche lei e sorride sempre, con quel sorriso che hanno solo gli orientali, quello che parte dagli occhi, mentre la bocca rimane un passo indietro.
ll venerdì che ricorderemo come l’inizio di tutta questa follia, ai tavoli c’erano un venditore di rose pakistano e due ragazzi di colore, quando hai tre euro per mangiare il coronavirus è l’ultimo dei tuoi problemi. Appoggiati al bancone una coppia di anziani asiatici, sembravano usciti dalle illustrazioni di un libro sulla Cina ai tempi di Mao. Li avevo già notati la settimana prima, mi aveva colpito il senso di totale estraneità da tutto, lo smarrimento di lei, la mano nodosa di lui sulle sue spalle, in un gesto di protezione incerto. Devo averli guardati un istante di troppo perché la proprietaria si é affrettata a spiegarmi che i signori erano i suoi suoceri e arrivavano dall’altra parte di Milano. Ma loro sembravano due betulle sradicate dalla piena di un fiume. Mentre parlava la signora gentile non sorrideva più con gli occhi e si capiva che aveva paura che io potessi avere paura. Io a Covid19 non ci pensavo proprio ( forse un fugace “ma perché proprio i pangolini!”, lo ammetto) e sentivo solo una grande tenerezza e avrei voluto dirlo a lei e alle sue betulle che io lo sapevo come si sentivano e anche che non venivano da Gratosoglio e non mi importava. Invece non ho detto nulla. La mia vita é piena di silenzi sbagliati.
In questi giorni sospesi ho ripensato a quel venerdì e alla mia totale incapacità di preoccuparmi per me stessa, come se il prendermi cura degli altri riempisse tutto lo spazio disponibile.
Questo marzo strano mi sta facendo due regali molto preziosi, lo spazio per riflettere e tempo con mio figlio. E se tuo figlio ha diciotto anni il tempo insieme vale oro. Dentro di me ho ascoltato cosa faceva risuonare questa malattia venuta da lontano.
Perché io con i virus ho un rapporto tutto mio.
Ho avuto l’epatite B a tre anni, mi ha accompagnato come un sottofondo fastidioso, non più malata, non del tutto guarita, comunque infetta. Da bambina mi terrorizzavano gli esami del sangue continui, da adolescente mi sono incazzata per i gin tonic che non potevo bere, quando sono cresciuta ho dovuto combattere l’imbarazzo di dirlo al mio uomo. Ehi ciao, sai che fare l’amore con me é una roulette russa?
Durante l’università ho iniziato a fare volontariato al Sacco con i malati di Aids. Erano i tempi degli spot TV con gli aloni viola. I tempi in cui potevi solo tenere la mano a chi di quella cosa ci moriva. Io a volte mi toglievo i guanti, che anche un micron mi sembrava una distanza troppo grande e bastava il contatto della pelle contro la pelle a far tacere la vergogna.
Al quinto mese di gravidanza mi é venuta la varicella. Passavo le notti a pregare il dio della placenta, fa che non passi, fa che non lo tocchi, ferma questo schifo.
Al nono mi é tornata l’epatite, stessa merda, ma molto più cattiva di prima.
Stavo malissimo.
Il mio latte era veleno.
Federico piangeva e io non potevo sfamarlo. Avrei potuto ucciderlo con il mio amore.
Ci ho lavorato anni per superare questa cosa, i virus costellano immagini potenti.
Ho comunque imparato tanto, so cosa vuol dire sentirsi contagiosi, so cosa vuol dire il terrore di fare del male.
Nonostante il mio senso atrofico dell’ansia, se oggi mi dicono di prendere precauzioni per tutelare chi è più debole io lo faccio senza discutere.Punto.
Dei “miei” virus non butto via niente, mi hanno insegnato a non avere paura di nulla, a usare la mia fragilità per entrare in contatto con le fragilità degli altri.
Del Covid-19 ho letto che si può trasmettere anche con le lacrime.
Un cazzo di malattia che non ti lascia asciugare le lacrime di chi sta male, un cazzo di malattia che non puoi piangere senza sentirti in colpa, che limita la libertá e ti fa sentire per una volta che lo straniero da temere puoi essere tu. Una malattia così riapre ferite, ti costringe a guardare in faccia le tue ombre,a fare i conti con la vulnerabilità, perchè in fondo tutti siamo betulle.
Io non lo so mica quanto durerà questa emergenza, ma quello che so è che, se avremo il coraggio di guardarci dentro invece di limitarci a giudicare gli altri, alla fine di questo incubo, potremmo, forse,svegliarci migliori.
#covid19

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